Panico e Angoscia

di Micaela Ponti Guttieres

Dall’intervento per la formazione obbligatoria del personale docente tenuto presso Istituto Varrone, Rieti, © Micaela Ponti Guttieres 2018 / Immagine: Egon Schiele, Autoritratto con le braccia alzate

Disturbi alimentari, dipendenze, depressioni. Tutti questi sintomi, tranne il panico, in qualche modo circoscrivono l’angoscia, la quale, nel caso dell’adolescenza, oltre all’avvento della sessualità, a livello sociale è innanzitutto l’angoscia di un Altro onnipotente e inconsistente allo stesso tempo. Tra le nuove manifestazioni sintomatiche l’attacco di panico, ha una sua specificità, ed è in un certo senso la punta emergente dei nuovi sintomi. Ciò che lo rende esemplare è che non circoscrive l’angoscia, ma al contrario esplicita questa condizione di essere ostaggio dell’Altro. Inoltre a differenza degli altri sintomi, il panico non fornisce un’identificazione: ad esempio è comune definirsi un’anoressica, una bulimica, un tossicodipendente, e trovare in queste identificazioni il simulacro di un’appartenenza sociale, ma non c’è un termine per identificarsi con il panico, che rimane un’esperienza radicalmente solitaria e incomunicabile. Freud stesso considerava il panico come scioglimento del legame sociale. Il rovescio del panico infatti è la fobia, che potremmo considerare un sintomo “classico” in quanto concentra l’angoscia in un unico punto, permettendo di vivere il resto del mondo. Nel panico invece è la vivibilità del mondo a venir meno, e con esso anche il senso della propria identità. Per la temporanea ma totale perdita di controllo che lo caratterizza, il panico è l’inverso dell’anoressia, la quale invece risponde all’angoscia causata dalla domanda dell’altro con l’iper-controllo e il perfezionismo ossessivo. Abbiamo dunque detto che il panico è in qualche modo emblematico dei sintomi contemporanei, perché manifesta il disgregamento del legame sociale e un sentimento di esposizione assoluta, una condizione di inermità del soggetto di fronte a qualcosa di ingestibile. In adolescenza, e in altri momenti di cambiamento come lutti, separazioni, pensionamenti, che comportano la perdita di un posto simbolico dell’individuo, il panico espone il soggetto alla sua inermità, al reale della nuda vita totalmente esposta.

Il panico, a livello diagnostico, rientra nella categoria dei disturbi d’ansia, ma se ne distingue per intensità e dinamica temporale. La prima differenza fra panico e ansia riguarda il tempo del fenomeno: la declinazione presente è propria del panico, quella futura dell’angoscia. Il panico si sviluppa nell’attualità: la catastrofe è in corso, ci si ritrova soli, indifesi, confrontati con il peggio al suo apice. L’ansia, al contrario, si colloca al futuro, in un perenne differimento in cui il pericolo è soltanto temuto e comporta la messa in opera di tutte le strategie difensive. In chi soffre di crisi di panico, l’ansia è poi evocata dal pensiero della ricomparsa del panico, e così si produce il circolo vizioso degli “attacchi”. A differenza dell’ansia, che si manifesta con uno stato di preoccupazione prolungata e costante, il panico è qualcosa di improvviso, che produce il temporaneo collasso della volontà e del senso di identità. A livello fisiologico si manifesta con tachicardia, sudorazione alterata, respiro affannoso, senso di soffocamento, tremori, svenimenti. Chi soffre di panico generalmente in prima istanza attribuisce la causa ad un problema organico e perciò si rivolge a medici. Dietro alla sopravvalutazione cognitiva dei segnali fisiologici esiste invece un senso di pericolo imminente, il terrore della follia o della morte, un senso di estraniamento o depersonalizzazione. L’istantaneo impatto con il terrore, con l’ipotesi imminente della morte, della follia, della totale perdita di controllo, spesso rivela una stratificazione psichica composta da una perdita recente che si somma a un’antica difficoltà di separazione. La perdita recente non è necessariamente concreta ed esplicita: come per la depressione, può trattarsi di un lutto, di un trasferimento, di una separazione amorosa, ma anche di una promozione, di un cambiamento relativo alla propria immagine, al proprio ruolo, o al proprio sistema di valori.

Chi soffre di attacchi di panico, generalmente è stato troppo impegnato a soddisfare la domanda dell’Altro e a cercare di realizzarne le aspirazioni, trascurando o rimuovendo le proprie. L’inconscio, con le sue pulsioni rimaste inascoltate, viene dunque a imporsi con violenza per dimostrare che l’equilibrio apparentemente raggiunto non è più sostenibile. La solidarietà, l’amore, i legami affettivi sono elementi che contrastano il panico; mentre la solitudine, la rivalità esasperata, la conflittualità esacerbata lo favoriscono. Freud sosteneva che l’amore è il solo fattore d’incivilimento capace di costruire il legame e di conservare uniti gli individui, mentre il timor panico, viceversa sorge proprio dallo sgretolamento dei legami. Quando per il soggetto vengono meno i legami che in qualche modo contenevano la pericolosità della vita, che è speculare alla pericolosità del proprio inconscio, allora può scatenarsi la paura sconfinata e irragionevole nella sua forma più estrema quale è il panico. Nell’epoca contemporanea riceviamo un’imponente pressione sociale caratterizzata dalla spinta alla performance, al successo e al godimento solitario degli oggetti. Tale spinta orienta al disinteresse per gli altri e alla svalutazione dei legami, spinge cioè verso quella dimensione di anti- amore e di profondo abbandono, che è il tratto decisivo alla base della straordinaria diffusione degli attacchi di panico.

Negli ultimi anni si osserva una diffusione degli attacchi di panico mai verificatasi in precedenza, neppure in epoche oggettivamente più critiche e pericolose come le epoche di guerra, e questo probabilmente perché, a dispetto delle comodità conquistate, l’essere umano oggi si percepisce più solo, più debole e più esposto alla concreta possibilità di soccombere. Tale quadro sintomatico contraddistingue in qualche modo la nostra epoca, e ad un’attenta osservazione rivela la sua radice strettamente collegata all’assetto sociale contemporaneo. Per rispondere al panico è necessario rintracciare la specificità del desiderio inconscio rimosso, consentirne una almeno parziale riconciliazione con la dimensione cosciente, affinché possa stabilirsi una emancipazione dalla domanda opprimente che lo ha soffocato costringendolo ad implodere. Il recupero, la riemersione, la messa in valore delle passioni e dei desideri singolari sono l’obiettivo, ma anche il motore di una possibile risposta. Anche in questo caso la crisi può rappresentare un’occasione per aprirsi alla possibilità del nuovo.

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