Lutto, Manìa, Depressione

di Micaela Ponti Guttieres

Dall’intervento per la formazione obbligatoria del personale docente tenuto presso Istituto Varrone, Rieti, © Micaela Ponti Guttieres 2018 / Immagine: Francesca Woodman

Dal punto di vista strettamente diagnostico, la depressione rientra nella categoria dei disturbi dell’umore, ma dal punto di vista psicoanalitico sappiamo che il fenomeno non è che il sintomo di una dinamica più profonda della vita psichica e sociale. Lo stato depressivo si riconosce da alcuni sintomi specifici come la tristezza, l’abulia, l’apatia, l’assenza di prospettive e di motivazione, la facilità al pianto, i pensieri di morte, di indegnità, l’oppressione esistenziale. Nei casi più gravi la depressione appiattisce completamente l’orizzonte della vita, con un trionfo del sentimento d’inutilità, di fallimento, e di desiderio di morte. Come spiegava Freud in Lutto e Melanconia, la depressione ha in comune con il lutto un certo lavoro sulla perdita, ma diversamente dal lutto, nella depressione la perdita dell’oggetto amato, reale o immaginario, si ripiega narcisisticamente: “L’ombra dell’oggetto cade sull’io”, dice Freud. Questo perché l’affetto depressivo ha come condizione la perdita non di un oggetto qualunque, ma di un oggetto che era sovrainvestito narcisisticamente, e che dunque garantiva una soddisfazione narcisistica per l’individuo. Freud distingue tre maniere differenti di rapportarsi alla perdita dell’oggetto amato: mania, melanconia e lavoro del lutto. La mania sarebbe una difesa negazionista, una strategia allucinatoria che nega il reale della perdita convincendosi che non sia mai avvenuta e illudendosi compulsivamente di poter sostituire l’oggetto perduto con altri oggetti. Questa modalità maniacale, costituita dalla sostituzione immediata e compulsiva di oggetti, è chiaramente predominante nella nostra epoca.

Il discorso del capitalista è affetto da una maniacalità di fondo che offre gli oggetti-gadgets come sostituti virtuali dell’oggetto amato, che invece è per sua natura insostituibile. Con una risposta di tipo maniacale, il soggetto non affronta il lavoro del lutto, non prende la via difficile della simbolizzazione della perdita, bensì la nega, in un delirante imperativo narcisistico, votato al godimento, che rimane sempre insoddisfacente. D’altro canto, rispetto alla perdita dell’oggetto amato, anche la via melanconica o depressiva è una forma di negazione, perché ripiegando narcisisticamente sul sé, preserva in questo modo la massima adesione all’oggetto. La risposta melanconica alla perdita è una risposta adesiva, che tenta di trattenere l’oggetto al punto da farlo trionfare su di sé e sul resto del mondo. L’oggetto dunque non è realmente perduto, ma al contrario, è sempre eccessivamente presente, e l’assenza stessa diventa la configurazione allucinatoria di questa presenza. In questo senso, per quanto paradossale possa apparire, l’affetto melanconico non è l’affetto di un vuoto, ma di un troppo pieno. Sebbene in maniera opposta e speculare alla manìa, con cui infatti spesso si associa, anche la depressione è una negazione della perdita. Il lavoro del lutto invece, è un lavoro simbolico che si confronta direttamente con il reale della perdita, con l’insostituibilità dell’oggetto amato e con il vuoto che lascia, rendendo possibile una sua elaborazione. Ancora una volta possiamo dire che il discorso del capitalista è ciò che più si oppone al fisiologico lavoro del lutto, perché utilizza l’offerta di oggetti e risposte illusoriamente saturanti come alternativa a ciò che davvero manca. Molti adolescenti, per esempio, passano immediatamente da una relazione all’altra senza alcuna discontinuità, senza mai essersi concessi il tempo di soffrire per la fine di un rapporto. Ci troviamo in una logica basata su sostituzioni immediate, iperattive e saturanti. In questo senso, a differenza del lutto, che comporta un lungo lavoro di simbolizzazione e riconfigurazione dell’esistenza, la depressione rappresenta un ripiegamento, un’introflessione narcisistica e autodistruttiva. Tale ripiegamento può sì avvenire di fronte a lutti e perdite reali, ma anche di fronte a cambiamenti che sostituiscono il passato e richiedono di adattarsi a qualcosa di nuovo.

In tutti i casi, ciò che contraddistingue la depressione è l’impossibilità di separarsi da vecchie rappresentazioni di sé e dell’altro, e di accettare una dimensione simbolica ed esistenziale diversa. A livello familiare la depressione è un fenomeno altamente contagioso: la famiglia di un individuo depresso è spesso invasa anch’essa dalla depressione e risulta molto difficile stabilire chi ne sia la causa e chi l’effetto, in una sorta di circolo vizioso. Se si tratta di una depressione adolescenziale, la preoccupazione dei genitori è soprattutto per il rischio di morte che l’adolescente dichiara con le parole o con i comportamenti autolesivi come l’uso di droghe, gli incidenti automobilistici, le fughe da casa. In altri casi, nella depressione dell’adulto vi possono essere comportamenti rinunciatari nell’area sociale, sentimentale, e lavorativa. Rispondere alla depressione è complesso, anche perché molto spesso non sembra esserci motivazione a chiedere aiuto, e le insistenze da parte degli altri possono risultare persino deleterie. Il primo passo è dare valore alla parola, accoglierla anche nella gravità del suo lamento senza commiserazione, affinché possa generarsi un’interrogazione su cosa stia realmente accadendo. Questo consente di ritrovare lo spazio-tempo necessario per una reale elaborazione della perdita, che può diventare il ponte, il passaggio iniziatico per una nuova posizione soggettiva e nuovi oggetti d’amore.

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