
Ho sognato, molti anni fa,
l’intuizione che la morte sia il contrario del sogno.
Nessuno sa che ti parlo
parlando all’anello che porto al dito
Se lo perdessi
parlerei alla mia mano
Se perdessi la mano
al moncone del mio braccio
E se perdessi il braccio,
e la spalla
ancora ti parlerei
parlando all’ultima cellula del mio corpo,
che è la promessa della tua durata in me.
Quando infine perderò anche il pensiero, il sentire, la vita
allora non parlerò più, non ci sarà bisogno.
Non più il plurale straziato degli esseri,
non più distanza dalle cose amate.
È strano abitare questo mondo
da quando quel che amo è nell’altro,
migrato con piume assurde, come un uccello in fiamme,
che ha svuotato tutto col vento della sua ala.
Eppure è da lì che era venuto, dove ora ritorna
da dove non si può vedere.
È mai stato davvero qui? È mai stato di questa piccola terra, il mio amore?
Da quando la soglia si è aperta
la morte non fa più paura,
quasi chiama. Attende.
Ma senza fretta.
C’è ancora qualcosa da fare – dice –
in questo regno di sogno e separazione:
il nodo impossibile della bellezza e del dolore
che bisogna imparare a portare.
E che il mio spirito non contragga debiti
e arrivi limpido alla soglia del tempo
quando sarà il suo momento
e tutto il tempo sarà salvato.

